La freccia

Odio le rotonde. Sono insopportabili, faticose: rallenta, controlla, metti la freccia, la freccia si stacca, rimetti la freccia, ma dovresti già uscire… quindi metti l’altra freccia, si stacca pure questa e via giri a destra esci e… non c’era nessuno a guardare tutte quelle frecce per segnalare la strada che avresti fatto.
Ripeti il gesto parecchie volte durante un semplice tragitto da A a B, dove sono state installate rotonde anche all’interno delle rotonde stesse.
La freccia mi si stacca sempre. Per cui, un giorno, presi una decisione folle quanto onesta: “In rotonda, non metterò mai più la freccia!”.
E devo dire che la cosa funzionò benissimo per diversi mesi, oserei dire anni, senza che nessuno mai se la prendesse con me per questo. In fondo guido in maniera responsabile, frecce a parte.

La settimana del 12 agosto però capitò qualcosa di anomalo, una sorta di strana congettura astrale, o forse era una congiunzione? Ad ogni modo, quella settimana, di martedì precisamente, un uomo, in attesa alla rotonda, mi suonò, facendomi un gesto che interpretai (non senza difficoltà) come quello di una freccia. Rimasi colpita. Che gli cambiava? Era lì fermo ad aspettare quelli dalle uscite prima di me.
Giovedì, altra rotonda, mi immisi sempre rispettando la mia decisione di non utilizzare l’apposita luce lampeggiante. Quello dietro a me mi suonò gridandomi di mettere la freccia, sì ok, ma… lui doveva andare dritto mentre io ho continuato a girare. Anche in questo caso non avvertii esattamente il nesso del suo rimprovero in relazione al mio comportamento.

Lo capii però domenica pomeriggio.

Entrai come al mio solito in rotonda, niente freccia (sono recidiva, lo so), c’era un po’ di traffico da rientro così rallentai, pronta per uscire e mi allargai verso destra, per un attimo non capii molto, ma avvertii solamente un forte rumore. Non mi resi conto neanche del fatto che la cintura avesse fatto il suo dovere per la prima volta in dieci anni di patente, forse solo del mio collo che tornava indietro come al rallentatore.

Ma tutto questo durò appena qualche secondo, mi ripresi, portai la macchina fuori dalla rotonda e accostai (questa volta di frecce ne misi ben quattro), mi girai piano cercando di capire se mi faceva male il collo, sentii le spalle tese e scrutai dietro per accertarmi che chi mi aveva dato il colpo mi avesse seguito alla deriva della rotonda.

L’aveva fatto.

Domenico accostò dietro di me, uscì dall’auto, era un uomo alto, sulla trentina, gli occhi azzurro ghiaccio e i capelli che potevano benissimo essere quelli di un surfista, se fossimo stati almeno vicino ad un aeroporto, ma eravamo nella periferia più remota del regno, per cui probabilmente era solo un po’ spettinato.

Biascicai qualche parola, lui mi disse di stare tranquilla, avevo preso una bella botta. In quel momento pensai solo che gliel’avrei restituita volentieri io, la botta… giuro fu un pensiero senza nessuna cattiveria, ma piuttosto con qualche allusione sessuale.
Trovò una bottiglietta d’acqua nel suo cruscotto e me la porse. Non ero sicura di volerla bere, ma poi mi bagnai le labbra. Lo guardai. Mi guardò.
“Sono Domenico, mi scusi ma… insomma pensavo stesse girando a destra, non aveva neanche la freccia… magari è guasta?”
Lo amavo.
Mi partì un film in cui io avevo un vestito bianco e tanti bambini biondi con gli occhi azzurri ci giravano attorno vestiti anche loro con abiti candidi. Alzai lo sguardo:
“Sono Amelia – mi uscì un po’ soffocato – sì, in effetti potrebbe essere rotta la freccia, io l’avevo messa.”
“Ascolti Amelia – si ricordava già il mio nome! – vuole che la accompagni al pronto soccorso? Magari ha subito qualche danno…”
“No, non credo ci sia bisogno, tu come stai? – abbassai lo sguardo, poi lo rialzai, con vaghi intenti seduttori – Diamoci pure del tu.”
“Sto bene credo, la macchina temo un po’ meno.”

Mi girai a guardare dietro, in effetti mezzo del suo cofano era schiacciato, Domenico mi raccontò che aveva dovuto spingerla, non me ne ero assolutamente accorta. Fu così che gli offrii un passaggio.
Salì in macchina, ero parecchio tesa, non sapevo più dove mettere le mani, per cui accesi la radio.
Iniziò una canzone di quelle che odio, ma feci finta di niente, iniziò a farmi male il collo e sentii le braccia rigide.

I hear you’re feeling down
Well I can ease your pain
Get you on your feet again
Relax
I’ll need some information first
Just the basic facts
Can you show me where it hurts?

Lui canticchiava, lo intravidi con la coda dell’occhio.
“Dove ti porto?” era distratto, stava fissando l’adesivo de Il Signore degli Anelli che avevo cercato di staccare in tutti i modi dopo che Oliver mi aveva lasciata, ma non c’era stato verso.
“Domenico, dove vuoi che ti accompagni?”
“Oh, scusa, uhm… a casa tua.”

Mi girai un po’ sorpresa verso di lui, il collo rigido, guardandolo fisso per un attimo. Ecco non speravo in tanta fortuna, ma al tempo stesso non ero neanche così sicura di volerlo davvero in casa mia. Tornai a guardare la strada, ci mancava solo un altro incidente.
Fortunatamente lui reagì al mio silenzio.
“Scusa, intendo dire che vai pure dove ti è comodo a te, io mi arrangio con i mezzi, al massimo chiamo un taxi.”
Mi girai di nuovo con sguardo attonito. Mi stava prendendo in giro?
“Puoi fermarti un attimo scusa? Forse non mi sento bene.”
Mi fermai, gli offrii l’acqua che mi aveva offerto lui prima, gli chiesi poi se voleva un caffè, o magari una camomilla.
“No, scusa – e siamo a quattro, si stava scusando un po’ troppo – è che sono un po’ confuso, avevo un impegno importante, ero concentrato, poi l’incidente, la macchina non si muove e poi ho incontrato te.”
Non sapendo che dire, attesi.
“Lo so che forse pensi io sia pazzo, ma sento una certa affinità tra noi due.”
Affinità, ok.
“Dove abiti, ti accompagno dai.”
“In verità qui c’è solo mia madre, ma non ho voglia di andare da lei, poi ancora si preoccupa…”
Lo faccio? Non lo faccio? Mi chiesi.
“Io abito qui vicino, vuoi fare un salto da me?”
L’ho fatto.
“Se non è un disturbo.”
“No affatto.”

Così salimmo al mio piano. Una volta a casa chiese di andare in bagno, poi se poteva stendersi un po’. Io mi sentii improvvisamente stanca, bevvi un bicchiere d’acqua, gli lasciai il divano e andai in camera a stendermi.
Quando mi risvegliai, lui era già in piedi, aveva un bicchiere d’acqua in mano e stava guardando le chitarre appese nel corridoio. Notò che mi ero svegliata, così mi chiese se poteva entrare.
“Come stai?”
“Molto meglio, grazie. Sono quasi le otto, che dici, ordiniamo qualcosa d’asporto? Offro io.” disse.
Mi sembrava davvero un buffo primo appuntamento, ma avevo fame e non avevo voglia di cucinare, neanche di uscire, accettai.
Parlammo un po’ in attesa dell’arrivo del Tex Mex, era piacevole, ma non aveva molti contenuti, era comunque estremamente bello. Intravidi anche il torace tornito, attraverso la maglietta aderente, mentre emetteva una sonora risata. Sembrava riuscissi a farlo ridere facilmente, il che forse non era per forza di cose un bene.

Suonarono, era arrivato il Tex Mex. Proposi un film, ero di nuovo un po’ stanca. Lui buttò un occhio ai DVD in bella mostra nella sala.
“Che ne dici se guardiamo Interstellar? “
Staaam, film sbagliato.
“L’ho visto giusto qualche giorno fa… – mentii – che ne dici invece di La la land, non l’ho mai visto, e tu?”
“Neanche io.”

Misi il film e mangiammo il messicano. Un po’ di salsa gli cadde per terra, lui si scusò mentre cercava dei tovaglioli, ripulì la salsa, almeno era educato. Verso la fine del film, che io in verità avevo già visto molte volte, vidi che lui era un po’ annoiato così mi avvicinai molto al suo viso.
Lo guardai nella luce blu-violetta prodotta dalle ultime immagini di La la land e lo baciai.
Sapeva ancora un po’ di salsa messicana, lui si lasciò andare facilmente e in qualche mossa scomposta raggiungemmo il mio letto. Tolsi qualche cianfrusaglia: una maglia sporca di creme caramel del giorno prima, il reggiseno nero utilizzato con la sopracitata maglia, un paio di giornali.
Del surfista Domenico non aveva solo i capelli, il corpo era atletico e possente, guidato da una mente timida e imbarazzata, ma non importava in quel momento. Condussi un po’ io le danze, non era pronto, non aveva preservativi con sé, aprii il cassetto a destra del letto.

La performance sarebbe potuta andare anche peggio, il collo mi faceva ancora male, lui crollò dopo due secondi netti dalla fine. Io tirai fuori uno spinello per le grandi occasioni, mi addormentai poi appena finito.
Quando mi svegliai il mattino successivo, mi sentivo tutta scomposta come se durante la notte mi avessero smontato i pezzi e li avessero poi riattaccati in stile Picasso. Cercai di stiracchiarmi. Lui non era più lì. C’era da aspettarselo, o forse no, dopotutto sembrava un tipo premuroso.
Mi alzai, andai in bagno, poi percorsi il corridoio per andare in cucina e lui era lì.
Stava impazzendo per aprire la caffettiera, gli diedi una mano. Era sceso a prendere quattro brioche, che era sul tavolo ora, in bella mostra su un piatto.
“Ti sei svegliato affamato?”
“Non sapevo quale fosse il tuo gusto preferito, ne ho presa una per tipo.”
Colpita e affondata.
“Grazie.” dissi in tono imbarazzato. Guardai l’ora, era Lunedì e sarei dovuta andare a lavoro a breve.
“Io fra poco devo andare a lavoro, ti serve un passaggio?”
“Oggi ho la giornata libera, magari potresti darti malata…”
No, mi spiace, ammetto di essermi fatta tanti castelli in aria ieri ma avevo anche appena avuto un incidente, non siamo anime gemelle, posso già affermartelo per certo. Così dissi:
“Ho una riunione importante, mi spiace.”
“Ah, ok.” sembrava un cucciolo abbandonato “Potremmo scambiarci il numero, io domani parto per un viaggio di lavoro.”
“Dove vai di bello?” dissi allegra, ma notai subito che Il cucciolo aveva gli occhioni sempre più grandi… “Non ti preoccupare, non ti devi preoccupare per me, il CID l’abbiamo fatto.”
La frase per rimediare mi uscì male e il suo sguardo a questo punto sembrava quasi arrabbiato.
“Ascolta, non sto cercando niente di serio, sono appena uscita da una lunga storia.”
“Non ti sto chiedendo niente di serio, però potresti almeno darci una possibilità.”
Cavoli siamo già al noi… pensai preoccupata.
“Ma guarda in verità…” ma lui mi interruppe:
“Li ho notati i particolari sai? – partì con un certo orgoglio, un po’ di fretta – Quando accendi la radio parte sempre Radio Virgin, la mia preferita. Ho visto la Stratocaster e la Gibson appese in corridoio, poi ci piacciono gli stessi film, a parte quella roba terribile di ieri sera, hai anche il poster dei Pink Floyd in camera!”
“Il mio ex.”
“Cosa c’entra il tuo ex?”
“Ti ho detto che sono appena uscita da una lunga storia?”
“Eh.”
“Ecco… Radio Virgin parte perché l’aveva impostata lui sulla radio, io non la sopporto, ma non riesco a cambiarla. Così come non riesco a togliere quello stupido adesivo del Signore degli Anelli che fissavi in macchina. Ma che ho cinque anni che attacco gli adesivi in giro? E le chitarre beh, sono sue, io al massimo suono i campanelli ubriaca e poi scappo. Ah sì i film… anche quella è una sua collezione, quasi tutti insomma, La la land è mio per esempio. Dovrebbe venire a riprendersi la sua roba la prossima settimana, se questa volta ce la fa…” mi guardai il piede per non guardare lui.

Domenico, come inorridito, raccolse la sua giacca kaki e uscì di gran passo dalla cucina, tornò indietro, prese una brioche, e si fiondò fuori dalla porta.

Non l’ho vidi mai più. In compenso ora le frecce le uso molto più spesso.


Bene, per esercitarvi nella scrittura creativa, vi chiedo di provare ad immaginare un finale diverso: Domenico invece di ammutolire potrebbe avere una reazione esagerata, oppure una crisi di pianto… oppure?

Inviatemi i vostri finali alla mail lisa@languagecorner.it, nell’oggetto specificate FRECCIA.

A presto!

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Lisa Lardon

Amo le storie in ogni loro forma, leggo ostinatamente anche se sono lenta, scrivo dappertutto 🎬 📚 🖋️

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