Ogni romanzo è un’autobiografia

Il titolo è un po’ provocatorio: ma se è vero che ogni volta che si prende in mano una penna, o si inizia a pigiare qualche tasto sulla tastiera di un computer, si finisce per scrivere di se stessi, allora tutti hanno scritto la propria autobiografia! Infatti anche nelle storie più fantastiche è possibile trovare qualche traccia della vita del suo autore. In certi casi tra i lettori scatta una vera e propria caccia al tesoro per trovare più particolari possibili disseminati nel testo, che potrebbero rivelare qualcosa della vita dello scrittore. Sopratutto quando uno scrittore è molto noto, o quando apprezziamo particolarmente le sue opere, questo può diventare un modo per conoscerlo di più (gli scrittori non sono chiacchierati quanto gli attori o i cantanti!). Ma torniamo a noi e al legame che c’è tra le storie che scriviamo e la nostra personale esperienza di vita.

Scrivere un’autobiografia involontariamente

Per quanto proviate a distaccarvi e raccontare di fatti e avvenimenti inventati, prima o poi qualcosa della vostra esperienza trasparirà nel vostro testo. Per un occhio attento metafore, immagini, avvenimenti potranno essere ricondotte direttamente al vostro vissuto. Anche per questo motivo che, a volte, si usa l’escamotage di uno pseudonimo per evitare proprio che si facciano deduzioni (giuste o no) sulla propria vita privata.

Tutto ciò che si scrive è autobiografia
In tutto quello che scriviamo c’è traccia di noi

Tornando un po’ al concetto del “perché si scrive” se pensiamo che ogni volta che ci stiamo approcciando alla scrittura stiamo affrontando un nostro problema, un dubbio, un pensiero, allora è facile pensare che tutto ciò di cui scriviamo in qualche modo sia autobiografico. Perchè scrivere è anche un atto terapeutico, un modo per esprimere, affrontare, vivere un’esperienza in un luogo sicuro.

I gusti, le passioni e le conoscenze dell’autore

Quando si scrive inoltre si portano dentro la storia temi che ci stanno a cuore, non solamente per quanto riguarda il genere (fantascienza, romanzo rosa, crime, ecc…), ma sopratutto i nostri gusti, le nostre passioni e tutto il bagaglio delle conoscenze dell’autore.

Scrivo una scena in stile western perché oltre ad essere appassionato di fantascienza, sono cresciuto guardando i film dei cowboy, così metto un duello tra due persone nello spazio. Poi ci butto dentro anche la mia passione per Akira Kurosawa creando, tra le altre cose, un tramonto binario: ed ecco che Star Wars inizia a prendere forma. Ma possiamo considerare Star Wars come l’autobiografia di Lucas? Direi proprio di no.

Un parallelo tra il film di Lucas e quello di Akira Kurosawa a cui si è ispirato

John Grisham era un’avvocato prima di diventare scrittore, ecco perché nascono così facilmente dalla sua penna storie come: Il socio, Il rapporto Pelican, Il cliente, L’uomo della pioggia.

Così io (proprio io intendo) non scriverò mai storie horror perché non amo il genere, non inserirò neanche strani riferimenti alla chimica, perché non ne capisco niente, non parlerò di motori o di storia antica perché non sono cose che mi interessano. Al contrario un mio personaggio potrebbe essere guarda caso appassionato di pittura o di cucina, o ancora potrei ambientare una mia storia durante le riprese di un film o una serie TV perché sono tutte cose che ho vissuto e so come funzionano. Certo poi non si scrive solo di cosa si conosce alla perfezione, a volte scrivere può essere anche ricerca e scoperta!

Scrivere di sè attraverso le storie di altri

Lo scrittore prende spunto quindi dal proprio lavoro, da quello che vive e dalle proprie passioni, e farcisce il tutto con elementi nuovi, inventati, scoperti. Amalgama tutte queste informazioni come perfetti ingredienti della storia che sta creando. I più bravi camufferanno davvero bene gli elementi della propria vita, rendendoli quasi irriconoscibili. E qui torniamo all’esempio di Star Wars e a come Lucas abbia raccontato un po’ della sua infanzia sopratutto nella parte iniziale del film, lo sapevate?

Roald Dhal ha scritto la sua autobiografia nel libro Boy

Oppure prendete Roald Dhal, che nelle sue storie dissemina indizi riguardo la sua infanzia come la mancanza di figure genitoriali adeguate, vedi Le streghe ma anche Matilde, l’esperienza negli istituti scolastici dove subiva punizioni severe (sempre Matilde) o ancora la povertà vissuta sulla sua pelle che troviamo, per esempio, nel libro La fabbrica di cioccolata.

Ma è giusto lasciare qualcosa di sé in ogni testo?

Secondo Flaubert no, lui sosteneva che lo scrittore dovesse essere come Dio e quindi distante e distaccato da tutto quello che accadeva nella storia. Lasciando la propria vita e le proprie esperienze al di fuori del racconto.

Io invece sono di altri pareri. Lasciare qualcosa di sé in quello che si scrive, non vuol dire necessariamente che si stia scrivendo un’autobiografia e quindi qualcosa di poco originale o addirittura banale, ma è invece un modo per rendere unica la propria opera. Perché in fondo ognuno di noi è un mix di gusti e sfumature irripetibile.

Quindi quando si scrive, in qualche modo, si sta scrivendo solo per se stessi?

Forse, il punto è che scrivendo solo con l’obbiettivo di soddisfare un potenziale pubblico, si rischia di creare qualcosa di ben fatto sì, ma privo di cuore, di spirito di linfa vitale.

Lo dimostrano storie famose che sono diventate simbolo per intere generazioni come appunto Star Wars ma anche come Harry ti presento Sally, Anna dai capelli rossi, Matilde e moltissime altre che attingono direttamente dalla vita dei propri autori o.

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Lisa Lardon

Amo le storie in ogni loro forma, leggo ostinatamente anche se sono lenta, scrivo dappertutto 🎬 📚 🖋️

Un pensiero su “Ogni romanzo è un’autobiografia

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